Copertina Biblioteca di Classico Contemporaneo

SENECA Epistula ad Lucilium 124

Scritto da Pietro Li Causi.

Introduzione

1. I temi e la struttura dell’Epistula 124

Seguendo il solco dell’ortodossia stoica, nell’epistola 124 Seneca fa coincidere l’idea del sommo bene con la virtù, e – opponendosi agli Epicurei – afferma che esso non è percepibile con i sensi, bensì unicamente per mezzo della ragione.

Il tono della riflessione – come premesso sin dal primo capitolo – è caratterizzato da un alto livello di complessità teorica, segnando in questo senso uno dei momenti concettualmente più ardui di tutto l’epistolario. A fronte di tale complessità, tuttavia, si annunciano fin da subito dei risvolti utilitaristici e pratici, in linea con quella che è una tendenza di tutta la produzione filosofica senecana e, più in generale, dello stoicismo romano. Fin dalle primissime battute – intrise della teodicea virgiliana del labor – Seneca promette infatti a Lucilio che, se non si sottrarrà alla subtilitas (‘sottigliezza’) delle argomentazioni che seguiranno, potrà soddisfare la sua naturale tendenza a trarre aliquem profectum (‘un qualche vantaggio’) dalla lettura. 

Di che tipo di utile si tratta?

Prima di arrivare ad esplicitarlo, nel finale (124.21-24), l’argomentazione si articola in vari snodi, che vengono qui riassunti in maniera sommaria:

  1. in prima battuta, Seneca smonta, in 124.2-7, gli argomenti dell’edonismo epicureo volti a individuare nella percezione – e non nella ragione – il criterio per distinguere il bene dal male; 
  2. in 124.7-8, quindi, sgombra il campo dall’idea in base alla quale già nel momento della nascita tutti gli esseri viventi sarebbero dotati, in maniera innata, del bene, affermando, invece, che solo per gli umani la nascita coincide con l’inizio del processo che può (o meno) portare ad esso con l’insorgere delle facoltà razionali;
  3. in 124.9-15 si opera una articolata classificazione degli esseri viventi in chiave logocentrica. Seneca, di fatto, esclude dalla ‘cosmopoli’ stoica (abitata dagli uomini e dagli dèi, gli unici dotati di ratio) gli animali ‘muti’, ai quali, se da un lato sono attribuite forme ‘specie-specifiche’ di bene relativo, dall’altro lato si nega la possibilità di raggiungere il bene assoluto;
  4. sulla scia della classificazione operata nei capitoli precedenti, in 124.16-20 il filosofo romano si sofferma sulle dotazioni percettive degli animali muti, che sono privati del senso del tempo, della memoria, della possibilità di pianificare in vista del futuro e della capacità di agire in maniera razionale e ordinata all’interno del mondo che li circonda;
  5. in 124.21-24, si rivela, infine, il senso ‘morale’ della trattazione zoo-psicologica dei capitoli precedenti.

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